| La
magistratura italiana e quella albanese, con
un’indagine congiunta, hanno emesso oggi 80 ordini
di custodia cautelare per riduzione in schiavitù.
L’hanno chiamata ‘operazione Harem’, ma non ha
nulla di esotico. E’ una brutta storia, fatta di
violenza e sfruttamento. Tutti gli inquisiti sono
uomini, metà albanesi e metà italiani, in un
esempio perverso di cooperazione transfrontaliera.
Le loro vittime sono centinaia di ragazze
provenienti dall’Albania, dalla Moldova,
dall’Ucraina e dalla Romania. Costrette a
prostituirsi per le strade italiane e a
disposizione dei loro carcerieri. Com’è successo
ad Adelina.
Obbligo, non scelta.
In Italia è ormai una celebrità. Sul suo
sito
c’è l’elenco delle trasmissioni alle quali è stata
invitata per raccontare la sua storia. La sua
ribellione. Adelina aveva meno di 20 anni quando è
stata rapita a Durazzo e, una volta arrivata in
Italia, è diventata una delle nuove schiave, una
sfruttata del sesso. Anche adesso che Adelina ha
31 anni e si è liberata dalle sue catene non ha
smesso di lottare per tutte le donne che si
trovano nella sua stessa condizione. E non
sopporta l’idea che qualcuno possa dichiarare che
le ragazze albanesi, quando vengono in Italia, non
siano costrette con la forza a farlo. “Ho letto
sul vostro giornale l’intervista
al professor Francesco Carchedi, il quale ritiene
che le donne albanesi sappiano benissimo a cosa
vanno incontro quando vengono in Italia e che
compiano una scelta consapevole. Io rispetto le
opinioni di tutti, ma questo messaggio è molto
pericoloso. Non è vero e io ne sono la
testimonianza vivente”. Adelina risponde al
telefono, dopo aver finito di mangiare alla mensa
della Questura di Varese, accanto a quelli che lei
chiama “i miei angeli”, i poliziotti che l’hanno
salvata. Ma anche adesso che è riuscita a sfuggire
ai suoi carcerieri, si batte per liberare tante
ragazze come lei. “Io non ho avuto scelta: hanno
deciso gli altri per me”, racconta la ragazza
albanese con grinta e determinazione. “Non ho
nulla contro il professor Carchedi, ma sostenendo
una posizione come la sua si corre il rischio che
anche quei pochi clienti che si fanno qualche
scrupolo morale, riflettendo sul fatto di trovarsi
di fronte a una donna ridotta in schiavitù,
arrivino a pensare che le ragazze scelgono
consapevolmente di prostituirsi”.
Le nuove schiave. Il
termine schiavitù è il più appropriato. La strada
è solo l’ultima stazione di un calvario
quotidiano. “Dopo il sequestro e la vendita delle
ragazze, e parlo di quello che è capitato a me e a
tante mie amiche”, racconta Adelina, “non passa il
terrore. Ricordo per esempio una ragazza alla
quale avevano rapito il fratello in Albania. Lei
così non sarebbe mai potuta scappare. Il resto
della giornata, quando non venivamo mandate in
strada, trascorreva tra botte e violenze. Come il
giorno che ho deciso di farla finita con quella
vita. Stavo male, avevo il ciclo. Ho chiesto al
mio sfruttatore di poter restare a casa. Ma lui ha
fatto uscire tutte le persone con le quali vivevo,
tutte ragazze schiave come me, e mi ha picchiata
selvaggiamente. Mi ha detto che quel giorno avrei
dovuto portare più soldi del solito. Avevo pensato
tante volte di farlo: ho finto di andare al lavoro
e, con l’aiuto di un cliente, sono andata alla
polizia. Gli agenti della Questura di Varese, la
zona dove lavoravo io, venivano ogni giorno da
noi. C’invitavano a ribellarci ai nostri
sfruttatori e a metterci sotto la loro protezione.
Avevo il loro recapito, che lasciavano alle
ragazze quando parlavano dei diritti garantiti
dalla legge Turco-Napolitano per chi fa una scelta
come la mia. Subito dopo mi hanno portato
all’ospedale e, dopo le visite mediche, la mia
schiavitù era finita”.
Uno sporco, ricco
affare. Un traffico da milioni di euro,
che vede saldamente legati gli interessi della
criminalità albanese e di quella italiana. Le
accuse che i magistrati muovono alle 80 persone
arrestate oggi sono chiare: un’alleanza garantisce
che i proventi della prostituzione, della vendita
della droga e del traffico di armi finiscano nelle
tasche della malavita organizzata. “Non sono
affatto stupita di questo legame”, racconta
Adelina, “durante la mia schiavitù ho potuto
vedere con i miei occhi questo traffico e, alla
fine, come potrebbe la malavita albanese lavorare
in Italia senza l’appoggio della mafia locale?”.
Ma in termini economici, di quanto si parla?
Quanto volevano che una di voi portasse a casa al
giorno? “All’epoca c’erano ancora le lire e, tra
il giorno e la notte, dovevo guadagnare almeno 2
milioni. Ma non finiva lì: volevano che
derubassimo i clienti più abbienti. Altrimenti giù
botte”. Adelina ha detto addio al suo passato e,
dopo di lei, molte ragazze hanno fatto la stessa
scelta. “Sono una donna libera adesso e,
nonostante tutti i problemi quotidiani, mi sento
felice di poter decidere della mia vita. Sono
felice qui, mi sono anche convertita nel 2000 al
cristianesimo. Sono sposata con un italiano e
faccio una vita normale, come tutte le donne. Ma
non voglio smettere di lottare per sensibilizzare
la gente rispetto alle ragazze che hanno vissuto
un dramma come il mio. Lo faccio per convincere le
ragazze a fare la stessa scelta che ho fatto io.
Mi guadagno da vivere facendo la collaboratrice
domestica, ma dedico tutte le mie energie a questa
causa. Ho anche scritto un libro che si chiama
Libera dal racket della prostituzione.
Tutti i ricavi sono destinati alla campagna contro
tutte le forme di violenza, coinvolgendo anche il
ministero per le Pari Opportunità italiano. Lo
faccio perché, anche se fatico a comprarmi una
maglietta a fine mese, voglio far capire alle
ragazze che ribellarsi si può. Per me è una
missione: come quella degli apostoli di Gesù!”,
conclude Adelina con una bella risata. La risata
di una persona libera. |