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Martedì 13.06.2006

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Albania - 13.12.2005
La missione di Adelina
Una ragazza albanese che si è liberata dalla prostituzione
La magistratura italiana e quella albanese, con un’indagine congiunta, hanno emesso oggi 80 ordini di custodia cautelare per riduzione in schiavitù. L’hanno chiamata ‘operazione Harem’, ma non ha nulla di esotico. E’ una brutta storia, fatta di violenza e sfruttamento. Tutti gli inquisiti sono uomini, metà albanesi e metà italiani, in un esempio perverso di cooperazione transfrontaliera. Le loro vittime sono centinaia di ragazze provenienti dall’Albania, dalla Moldova, dall’Ucraina e dalla Romania. Costrette a prostituirsi per le strade italiane e a disposizione dei loro carcerieri. Com’è successo ad Adelina.
 
un carabiniere con una prostitutaObbligo, non scelta. In Italia è ormai una celebrità. Sul suo sito c’è l’elenco delle trasmissioni alle quali è stata invitata per raccontare la sua storia. La sua ribellione. Adelina aveva meno di 20 anni quando è stata rapita a Durazzo e, una volta arrivata in Italia, è diventata una delle nuove schiave, una sfruttata del sesso. Anche adesso che Adelina ha 31 anni e si è liberata dalle sue catene non ha smesso di lottare per tutte le donne che si trovano nella sua stessa condizione. E non sopporta l’idea che qualcuno possa dichiarare che le ragazze albanesi, quando vengono in Italia, non siano costrette con la forza a farlo. “Ho letto sul vostro giornale l’intervista al professor Francesco Carchedi, il quale ritiene che le donne albanesi sappiano benissimo a cosa vanno incontro quando vengono in Italia e che compiano una scelta consapevole. Io rispetto le opinioni di tutti, ma questo messaggio è molto pericoloso. Non è vero e io ne sono la testimonianza vivente”. Adelina risponde al telefono, dopo aver finito di mangiare alla mensa della Questura di Varese, accanto a quelli che lei chiama “i miei angeli”, i poliziotti che l’hanno salvata. Ma anche adesso che è riuscita a sfuggire ai suoi carcerieri, si batte per liberare tante ragazze come lei. “Io non ho avuto scelta: hanno deciso gli altri per me”, racconta la ragazza albanese con grinta e determinazione. “Non ho nulla contro il professor Carchedi, ma sostenendo una posizione come la sua si corre il rischio che anche quei pochi clienti che si fanno qualche scrupolo morale, riflettendo sul fatto di trovarsi di fronte a una donna ridotta in schiavitù, arrivino a pensare che le ragazze scelgono consapevolmente di prostituirsi”.
 
adelina, di spalle, ospite di una trasmissione tvLe nuove schiave. Il termine schiavitù è il più appropriato. La strada è solo l’ultima stazione di un calvario quotidiano. “Dopo il sequestro e la vendita delle ragazze, e parlo di quello che è capitato a me e a tante mie amiche”, racconta Adelina, “non passa il terrore. Ricordo per esempio una ragazza alla quale avevano rapito il fratello in Albania. Lei così non sarebbe mai potuta scappare. Il resto della giornata, quando non venivamo mandate in strada, trascorreva tra botte e violenze. Come il giorno che ho deciso di farla finita con quella vita. Stavo male, avevo il ciclo. Ho chiesto al mio sfruttatore di poter restare a casa. Ma lui ha fatto uscire tutte le persone con le quali vivevo, tutte ragazze schiave come me, e mi ha picchiata selvaggiamente. Mi ha detto che quel giorno avrei dovuto portare più soldi del solito. Avevo pensato tante volte di farlo: ho finto di andare al lavoro e, con l’aiuto di un cliente, sono andata alla polizia. Gli agenti della Questura di Varese, la zona dove lavoravo io, venivano ogni giorno da noi. C’invitavano a ribellarci ai nostri sfruttatori e a metterci sotto la loro protezione. Avevo il loro recapito, che lasciavano alle ragazze quando parlavano dei diritti garantiti dalla legge Turco-Napolitano per chi fa una scelta come la mia. Subito dopo mi hanno portato all’ospedale e, dopo le visite mediche, la mia schiavitù era finita”.  
 
una prostituta e un clienteUno sporco, ricco affare. Un traffico da milioni di euro, che vede saldamente legati gli interessi della criminalità albanese e di quella italiana. Le accuse che i magistrati muovono alle 80 persone arrestate oggi sono chiare: un’alleanza garantisce che i proventi della prostituzione, della vendita della droga e del traffico di armi finiscano nelle tasche della malavita organizzata. “Non sono affatto stupita di questo legame”, racconta Adelina, “durante la mia schiavitù ho potuto vedere con i miei occhi questo traffico e, alla fine, come potrebbe la malavita albanese lavorare in Italia senza l’appoggio della mafia locale?”. Ma in termini economici, di quanto si parla? Quanto volevano che una di voi portasse a casa al giorno? “All’epoca c’erano ancora le lire e, tra il giorno e la notte, dovevo guadagnare almeno 2 milioni. Ma non finiva lì: volevano che derubassimo i clienti più abbienti. Altrimenti giù botte”. Adelina ha detto addio al suo passato e, dopo di lei, molte ragazze hanno fatto la stessa scelta. “Sono una donna libera adesso e, nonostante tutti i problemi quotidiani, mi sento felice di poter decidere della mia vita. Sono felice qui, mi sono anche convertita nel 2000 al cristianesimo. Sono sposata con un italiano e faccio una vita normale, come tutte le donne. Ma non voglio smettere di lottare per sensibilizzare la gente rispetto alle ragazze che hanno vissuto un dramma come il mio. Lo faccio per convincere le ragazze a fare la stessa scelta che ho fatto io. Mi guadagno da vivere facendo la collaboratrice domestica, ma dedico tutte le mie energie a questa causa. Ho anche scritto un libro che si chiama Libera dal racket della prostituzione. Tutti i ricavi sono destinati alla campagna contro tutte le forme di violenza, coinvolgendo anche il ministero per le Pari Opportunità italiano. Lo faccio perché, anche se fatico a comprarmi una maglietta a fine mese, voglio far capire alle ragazze che ribellarsi si può. Per me è una missione: come quella degli apostoli di Gesù!”, conclude Adelina con una bella risata. La risata di una persona libera.
 
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