Riferendosi agli agenti della Polizia di Stato
li chiama “i miei angeli” e così li raffigura: con
tanto di ali e aureola in un disegno che ci ha
voluto inviare rifacendosi al tema che per tre
anni ha caratterizzato il calendario della
Polizia: "loro ci vedono così".
Adelina, così si fa chiamare oggi, è una
giovane albanese che come tante sue connazionali è
venuta in Italia non ancora ventenne con la
speranza di trovare una vita migliore. Delusa,
picchiata, minacciata e sfruttata dal racket della
prostituzione ha dovuto subire maltrattamenti e
vere proprie “torture che, dice,
mi hanno lasciato il segno dentro e fuori. Ho
ancora le bruciature delle tante sigarette che mi
sono state spente sul seno e sono arrivati perfino
a farmi un taglio profondo in una coscia con un
coltello, inserendoci poi del sale e chiudendo
tutto con una doccia ghiacciata” racconta Adelina
con la voce calma e decisa di chi vuole far
conoscere al mondo intero la sua storia.
La ragazza ha scritto spesso al nostro sito
Internet ringraziando la Polizia di Stato per
averle restituito la voglia di
sorridere. “Avevo paura di ridere, avevo
paura di parlare, avevo paura di sognare e avevo
paura per fino di piangere” ci scrive in una
poesia che ci ha inviato via e-mail "ma tutto ciò
è soltanto un brutto ricordo. Vorrei gridare ad
alta voce grazie a tutta la Polizia di Stato
grazie vi voglio bene, siete i miei angeli". Ha
parole di lode a apprezzamento per tutti i
poliziotti ma in particolare per quelli della
squadra mobile di Varese: "quando ho conosciuto
i miei angeli mi sono aggrappata a loro
come una bambina spaventata ed è grazie a
loro se oggi sono ancora in piedi, serena e libera
di scegliere. Mi hanno portato a cena fuori con le
loro mogli, comprato medicine e vestiti; sono
passati 4 anni e loro ci sono sempre".
Adelina sostiene di essere stata salvata dalla
Polizia, ma prima di tutto è stato il suo coraggio
a strapparla della braccia dei suoi sfruttatori.
Il coraggio di una persona che decide di
denunciare, di ribellarsi e che trova sulla sua
strada il sostegno di persone preparate e disposte
ad aiutarla. Nel suo caso i poliziotti della
squadra mobile di Varese che sono riusciti a
conquistare la sua fiducia tanto da farle trovare
la forza di recarsi al commissariato per liberarsi
dalla sua condizione di schiavitù. Perchè proprio
di questo si trattava: "i miei protettori mi
picchiavano spesso, soprattutto quando non
rientravo a casa con almeno un milione.... Io mi
ero completamente arresa – scrive ancora Adelina –
ma le persone che mi potevano aiutare c’erano e ci
sono sempre state. Quando io ‘lavoravo’ i
poliziotti venivano tutti i giorni e ci dicevano
che quando avremmo avuto bisogno sarebbero
intervenuti subito ad aiutarci. ... Ci ripetevano
di non preoccuparci perchè sarebbero stati sempre
al nostro fianco e ci lasciarono un biglietto con
i numeri di telefono della Questura". Quel
biglietto e quei numeri sono stati una salvezza
per Adelina che li ha usati una mattina dopo
essere stata presa a calci e pugni per l’ennesima
volta e che oggi vuole gridare la sua storia per
dimostrare, alle donne sfruttate come era lei, che
salvarsi si può.